Due giorni con i Nomadi della steppa

Scritto da  NBTS Viaggi
Giovedì, 01 Giugno 2017 15:15

Racconti di viaggio
Tuva, due giornate con i nomadi
di Anna Maria Zuarini e Giorgio Padula.

Partiamo per la vallata di Chadan dove saremo ospiti dei nomadi nel loro accampamento. Qui siamo attesi da persone sorridenti, serene, simpatiche, che ci accolgono come vecchi amici assenti da molto tempo.

Zoya e Vika, che vive a Milano ed è l’anima dell’Associazione Italia-Tuva, fanno gli onori di casa. Ci sistemiamo in due yurte ove portiamo i nostri bagagli ed è subito cena. Stendono a terra un tappeto su cui dispongono le ciotole con il cibo: frittelle, crema di panna, brodo con gnocchetti fritti, uova, formaggio, pane, the, vodka ed un particolare liquore, chiamato arakà, di bassa gradazione alcolica, ricavato dalla distillazione del latte, del quale denuncia fortemente l’odore ed il sapore. Alla fine ci viene offerto anche dello spumante prodotto in Georgia per festeggiare il nostro arrivo. Dopo cena tutti a letto: a terra, nel sacco a pelo, sdraiati su morbidi tappeti rivestiti di un candido lenzuolo. Dormono con noi, sul loro lettino, due graziose bambine che, fingendo di dormire, spiano nel buio ogni nostro movimento.

La nostra yurta è una tenda circolare di oltre cinque metri di diametro. Ha lo scheletro di doghe ed è rivestita di panno feltro impermeabile con accesso da una bassa e stretta porta di legno per attraversare la quale bisogna curvarsi. Affermano che riescono a montarla in un’ora. In alto un’apertura circolare permette l’aerazione e la fuoruscita del tubo di scarico della stufa a legna che fa da cucina e provvede al riscaldamento centrale. Lungo il perimetro della tenda, un paio di lettini, qualche mobile sormontato da fotografie del figlio andato soldato e del matrimonio della figlia, al centro del gruppo con il marito e i parenti, tutti impettiti e sull’attenti con lo sguardo serio di persone impegnate a realizzare il documento storico della famiglia. Il campo è costituito da quattro yurte, il recinto dei montoni, quello dei cavalli e dei buoi, tutti sorvegliati da cani sciolti e non. I servizi sono fuori, nella taiga, attraversata da un ruscello d’acqua limpida e scrosciante che rende romantica... qualunque operazione. Il consiglio dei nomadi è che fuori, però, bisogna andare muniti di due bastoni: uno, corto, per appoggiarvi la giacca, l’altro, più lungo, per difendersi dai lupi. E’ già il giorno dopo e piove. Tutt’intorno i monti che fanno da contorno alla vallata si presentano spolverati di neve. In nostro onore ammazzano un montone. In due lo reggono tenendolo fermo con la pancia in su. Un altro pratica un taglio e, infilandovi l’intero avambraccio, arriva all’aorta addominale stroncandola. Non un grido, nessun belato, ad esprimere l’infinita rassegnazione dell’animale. Lontano il lamento degli altri montoni sono l’estremo saluto al compagno che se ne và.

Per la pioggia ci si rintana nelle yurte. In una gli aguzzini continuano la loro opera eviscerando la povera bestia e sezionandola. Più in là sulla stufa una grossa pentola riceve i pezzi che, bolliti e senza sale, ci saranno serviti a pranzo. Nell’ altra yurta, invece, si lavora il latte per la produzione di panna, ricotta e formaggio fresco tipo mozzarella. Infine distillazione del latte per la produzione dell’arakà con un distillatore artigianale di una essenzialità davvero straordinaria, senza serpentina. A pranzo mi spetta, quale persona più anziana e, aggiungo io, di maggior rispetto, (oh! qui potrei vivere, questo è il mio mondo) la testa del montone (no, forse non è proprio il mio mondo). Con fare patriarcale distribuisco, mi hanno suggerito qual’ è l’usanza, un pezzettino della carne posta sulla parte frontale del cranio (un pezzetto da leccarsi i baffi, dicono) a tutti i presenti compresi i nostri ospiti che manifestano il loro apprezzamento ringraziando a mani giunte. Dopo pranzo tutti a Chadan a visitare il Museo di cultura sciamanica. Domani saremo di nuovo a Kyzyl per il Nadim, la festa nazionale tuvana.

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